Esce in questi giorni il nostro secondo libro dedicato questa volta a diffondere l’approccio estetico e relazionale nelle professioni di aiuto. In questo nuovo contributo alla promozione del nostro psicodramma, abbiamo raccolto e sistematizzato le riflessioni, i metodi e gli strumenti di auto-consapevolezza che in questi anni abbiamo condiviso con gli operatori della salute protagonisti dei nostri corsi di formazione e dei nostri percorsi di supervisione in ambito sanitario. Tra i vari capitoli dedicati alla presentazione dei principi dell’estetica di un’azione curante rispettosa dell’altro e della sua radicale alterità, trova spazio anche una sezione dedicata al ciclo di consapevolezza affettiva ed alla sua pratica quotidiana per migliorare il proprio dialogo interno.

[Estratto dall’introduzione del libro]

Il titolo di questo libro, dedicato alle relazioni curanti ed a tutti gli operatori sanitari che le praticano ogni giorno, è influenzato da una delle frasi insistenti, che è entrata a far parte indelebilmente del mio immaginario tempo fa leggendo un testo di Christian Bobin (2010). La frase completa a cui mi sono ispirato recita così: “Illumina ciò che ami, senza toccarne l’ombra”. Questa citazione è diventata per me un potente aforisma che ho voluto orientasse negli anni la mia attività sia di psicoterapeuta psicodrammatista sia di formatore e supervisore. Le parole dello scrittore francese mi rammentano sempre, quando sono a contatto con i miei pazienti e con i partecipanti ai miei corsi, di avere cura di loro e delle loro narrazioni senza mai invaderli con i miei pregiudizi, senza mai impossessarmi delle loro storie con le mie interpretazioni, senza mai asservirli, anche involontariamente, alla mia volontà di averli già spiegati e conosciuti, magari perché li reputo simili ad altri clienti che ho incontrato in passato.

            “Illumina ciò che ami”, afferma il poeta, ma cosa significa amare i propri pazienti? Ha davvero un senso nelle relazioni di cura utilizzare un verbo così complesso e per certi versi anche così ingombrante? Credo di sì, quando lo si declina in modo responsabile e consapevole.  Amare qualcuno in qualità di professionista della salute significa prendersi a cuore la condizione del paziente, accettare di accogliere la sua storia di sofferenza, di disagio, di abbandono e di solitudine per ospitarla dentro di sé e offrirle un ambiente accogliente dentro il quale possa prendere nuove direzioni, possa apprendere a trasformarsi in senso evolutivo. Amare, in senso clinico, significa dare all’altro tutta la fiducia ed il rispetto ed il riconoscimento di cui ha bisogno perché possa recuperare la sua autonomia creativa, perché possa ricominciare a farsene qualcosa di nuovo, di originale di ciò che sta diventando mentre attraversa la sua malattia, la sua disabilità, il suo disagio.

            Illuminare chi si ama nella relazione di aiuto prende, per me, il significato di rivolgere a coloro che chiedono cura uno sguardo abilitante, di portare sulla persona un’attenzione delicata per aiutarla a ri-guardarsi meglio, anche imparando a riflettersi nello sguardo rispettoso e benevolo del professionista a cui si affida. La luce con cui si illumina chi si ama curandolo produce una luminosità diffusa, avvolge ed accarezza e non buca né si proietta violentemente sul corpo dell’altro. Questa luminosità disvelante non denuda l’altro, ma lo avvolge con morbidezza perché pian piano si renda visibile il suo contorno, il profilo della sua figura. Per illuminare l’altro senza toccarne l’ombra, quindi senza carpirlo, senza impossessarci della sua manifestazione dobbiamo rischiararlo con quell’attenzione rispettosa e cauta che rispetto.

            Il rispetto rappresenta senza dubbio l’atteggiamento fondamentale di qualsiasi professionista della cura che, nel momento in cui si impegna a fornire all’altro ciò di cui necessita per stare meglio, non gli sottrae l’autorialità rispetto alla sua condizione, non lo espropria della sua soggettività. Rispettare il proprio paziente vuol dire approssimarsi a lui preservando sempre il suo essere più proprio, la sua totale asimmetria: l’operatore sanitario che rispetta davvero, sa farsi prossimo per l’altro lasciandogli la piena e totale proprietà del suo essere altro da sé. Nell’invito di Bobin a non toccare l’ombra di coloro di cui mi prendo cura, rivedo tutta la delicatezza e la cautela, la pazienza e la giusta distanza che devo saper prendere ogni volta quando mi approssimo a chi mi chiede di essere curato, e sono queste stesse qualità proprie di una buona disposizione professionale verso chi chiede cura che ho voluto trasferire in questi anni di lavoro formativo e di supervisione nei contesti medico-sanitari con gli operatori delle relazioni di aiuto attraverso lo psicodramma estetico-relazionale. Perché l’ombra di cui ci parla l’autore citato non è la nostra parte oscura e tenebrosa, quella che non riusciamo ad integrare e contro cui lottiamo strenuamente. L’ombra da non toccare rappresenta l’estensione semplicemente scura del nostro corpo che ci si disegna attorno quando veniamo illuminati, l’ombra che rende visibile quella zona di non interferenza, di segreto, ma anche di autonomia, di identità più intima, di indisponibilità del sé, di riserva di senso che potrà rivelarsi o meno solo nel momento in cui acconsentiamo a farci accompagnare dall’altro. L’ombra sta per l’alterità intoccabile di una persona, per la sua inviolabilità, per ciò che dell’altro deve rimanere sempre altro da noi per non cedere al desiderio di impossessarsi di lui o di lei e così dominarlo.

Senza toccarne l’ombra – Estetica ed etica della relazione di cura